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Val d'Asta - Appennino Reggiano

quello che è stato, ritorna

quello che è stato, ritorna

  • …cúl clé stä, l’artúrna…

Guardavo tempo fa una fotografia fatta dall’aereo, della zona di Febbio. Questa istantanea copriva tutto il territorio, dal fondo valle (sotto Case Stantini), fino al crinale (monte Cusna). La foto non è vecchissima, fu commissionata all’inizio degli anni settanta, dall’allora società proprietaria degli impianti scioviari di Febbio.

Cosa ha di particolare questa foto? Ha che, si possono notare con la quasi millimetrica precisione, dove, quasi cinquant’anni fa, esistevano ancora i campicelli che i nostri progenitori avevano creato nei secoli scorsi. Se si rifacesse la stessa foto oggi, si noterebbe benissimo, che, a distanza d’anni, il paesaggio si è molto modificato. Quei campetti non esistono più, solo pochi rimangono, e quei pochi, sono individuati nelle immediate vicinanze dei paesi.- Si ricava quindi, che in questi anni, il bosco ha ri-invaso, o sta ri-invadendo, e ri-appropriandosi quei piccoli campi di terreno coltivati, che i nostri avi a suon di zappate e vangate, associate a fatiche indecenti, avevano strappato disboscando quelle macchie, e quei terreni incolti e selvaggi, a quei tempi.

Febbio
Vecchia foto dell’abitato di Febbio, con sullo sfondo i terreni agricoli ricavati sul Bosco Grande a ridosso del Monte Prampa – (Foto archivio G. Gebennini)

Il paese di Febbio come tutti gli altri della Val d’Asta, nacquero come villaggi dove i loro abitatori vivevano di allevamento ovino, caprino e, in minor misura, anche bovino. Queste attività pastorali, intervallate da transumanze nei mesi invernali, hanno seguito buona parte di questi abitanti fino al dopoguerra del secolo scorso.- C’era pure chi non transumava e si fermava sul posto, abbinando all’allevamento l’attività propriamente contadina. Pertanto nei secoli addietro, e fino alla metà del secolo scorso, la popolazione stanziale della nostra alta montagna, per sopravvivere ‘rapivano’ ai boschi, ai terreni più impervi, da adoperarsi a piccole coltivazioni. Queste spesso, erano create con terrazzamenti, fatti di terra povera, per potervi seminare quel poco, che, anche se povera, gli dava quei frutti da poter bastare o che cercava di fargli bastare, per restare in vita. C’era anche, chi non possedendo nulla o poco, ‘rapiva’ sempre con il duro sudore della fronte terreno del demanio, quelli “delli luoghi comunali” dove venivano date disposizioni circa il diritto di uso civico di semina.- Partivano alla mattina presto con una zappa e una vanga in spalla, assieme ad un tascapane che conteneva poca cipolla associata ad una fetta di polenta gialla senza condimento, per dissodare quei suoli più adeguati alle colture di quei posti.

Così faceva anche “Jacmìn”, vecchio abitante di Febbio. Gebennini Giacomo non era andato alla Grande guerra, quella del ‘15 e ‘18, perché nato intorno al 1866, poco dopo l’unità d’Italia, e quindi anziano per quel periodo, e non più arruolabile. Anche se aveva da poco passato il mezzo secolo di vita, all’epoca, con quell’età si era già vecchi, a volte decrepiti. Lui invece era un ometto non molto alto, ma ancora salcigno, come dicevano in Garfagnana, e nerboruto, aveva una forza ed una resistenza fuori dal comune. Quasi tutti i giorni, andava a lavorare con vanga e zappa cercando di ottenere il meglio da quella terra pietrosa che era la zona del Bosco Grande.

Giacomo, chiamato da tutti i suoi compaesani “Jacmìn”, non era sposato, o meglio era stato sposato con una donna di un paese vicino, ma dopo un po’ di tempo gli era scappata a casa dai suoi. Aveva solo una sorella che, sposata con Giovanni (“Giuanìn” ), possedeva una ventina di pecore e con l’arrivo dell’autunno, transumava con il suo piccolo gregge (“chiupadìn”) sulle prime colline che si affacciano sulla pianura padana. “Jacmìn” invece non amava trasferirsi durante la brutta stagione, ma rimanere nel suo paesello tutto l’anno. Soleva dire che lui somigliava a quei piccoli uccelli, chiamati i Re di Macchia, che abitano i boschi delle Mardonde, località che confina, con la parte nuda della montagna ad una quota molto elevata, e che lì, stanno tutto l’anno senza mai emigrare.

Mi è stato raccontato che un giorno,“Jacmìn”, partisse, come altre volte, proprio per il Bosco Grande (e’ Bosc”), con i soliti attrezzi e scortato dalla “Séca”. La“Séca” era la sua unica mucca, che così chiamava, per la particolare magrezza. Povera “Séca”, mai nome fu più appropriato, lavorava molto e mangiava poco o nulla. Era infatti una vacca dal mantello grigio, di razza garfagnina, di corporatura piccola, scheletrica e tuttavia resistente alle fatiche. Al mattino, più che alla sera, la mungeva cercando di strappargli quel poco latte, ma grasso e saporito, che essa le poteva ancora dare.

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Muri a secco fatti sui confini di proprietà che stanno scomparendo, accerchiati dal bosco invadente. (Foto archivio G. Gebennini)

Quel giorno Giacomo, voleva finire di dissodare quel campetto, di una mezza biolca d’ampiezza. Da diversi giorni vi lavorava, e dove, vista la buona esposizione al sole, vi avrebbe seminato, dopo un’indigente concimazione, il marzuolo (“e’ marzöle”). Il marzuolo era un grano tipico della zona alta della mostra montagna, che si seminava quasi sempre nel mese di Marzo e comunque non appena la neve si fosse sciolta. “Jacmìn” si portava appresso la “Séca”, perché aveva intenzione, di strappare e nel contempo dissotterrare dal terreno alcuni ceppi rimasti lì dopo averne tagliato i tronchi. L’animale gli avrebbe dato quell’ulteriore aiuto e forza per estrarle, ed a sera, dopo averla fatta bere nel Rio della Fusina, gliele avrebbe fatte trascinare a casa, per poi metterle nel fuoco del camino.

Questi pezzi di terra, fino a mezzo secolo fa si potevano vedere sui pianori e sulle balze delle nostre vallate. Ora quelli, di cui il bosco non se ne è ancora ri-appropriato, sono sprofondati nel disordine, nella trascuratezza, e oramai sono privi di armonia e coralità. I loro confini realizzati “dai nostri vecchi”, con grande impegno, associato a tanto sudore, venivano costruiti accatastando a mo di muro a secco, tutte le pietre derivate dallo scasso. Queste opere, anche belle da vedersi nel loro compimento, oggidì vanno pian piano sparendo perché il bosco e le sterpaglie più invadenti e selvatiche, se li stanno ri-prendendo. Tutto ciò è causato dalla non più presenza dell’uomo, e di conseguenza del suo impegno, del suo lavoro, che rendeva questi paesaggi rurali, più belli, più accoglienti e vivibili.

Sarà la desertificazione umana delle nostre montagne? Lasciando sempre più spazio, alla fauna sia spontanea, che a quella immessa artificialmente? 0 lasciandolo, sempre più vuoto, per l’osservazione, per il piacere, per chi continuerà a venirci per sport e svago?

Ripeteva spesso mia nonna: “at’vedrä, cul clé stä, l’arturna!!” “vedrai, quello che è stato, ritorna!!”. Speriamo migliore! (aggiungo io).

 

 

 

 

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