Il Monte Urano (detto anche Monte Torricella, o Ripa Magna) è ben noto a chiunque
entri in Val d’Asta dal suo ingresso principale, la provinciale Villa Minozzo –
Febbio. Il suo aspetto di ‘montagna spaccata’, che progressivamente si assottiglia
sino a quasi ‘conficcarsi’ nella stretta valle del Rio Grande, si rende subito famigliare
sino a diventare, insieme alla sagoma del Cusna, uno degli elementi paesaggistici
più caratteristici della Val d’Asta.
La ‘Pineta’ del Monte Urano è stata presumibilmente impiantata nel corso degli anni
’40, con l’obiettivo di consolidare la parte franosa dell’arida pendice esposta
a sud del Monte. Di natura calcarea (la roccia madre è appunto un ‘flysch calcareo’),
ospita prevalentemente essenze ‘pioniere’ come Pinus nigra, ma sono presenti anche
in certa quantità Picea abies, Abies nordmanniana e Larix decidua, adattatisi apparentemente
senza grossi problemi ad un ambiente così ostile.
La ‘Pineta’ si raggiunge comodamente dalla provinciale Villa Minozzo – Febbio, svoltando
a destra per pochissimi chilometri in una stretta stradina all’altezza del cimitero
di Febbio. La zona è ampiamente coperta da ristoranti, servizi alberghieri ed anche
da un piccolo supermarket, per cui ben si presta alla gita occasionale od anche
alla esplorazione prolungata in caso di soggiorno nelle vicinanze. La ‘pineta’ offre
un ambiente assai particolare, anche se di fatto ‘artificiale’, e percorrerla costituisce
un diversivo alla classica gita tra i faggi, essenza dominante della zona.
Tra i boleti presenti nella ‘pineta’, dominano i Suillus (solitamente chiamati ‘pinaroli’).
Suillus associati al Pinus nigra sono: Suillus (Boletus) granulatus, Suillus (Boletus)
collinitus e Suillus (Boletus) luteus, presenti talvolta in primavera, ma che sicuramente
forniscono le maggiori fruttificazioni negli autunni piovosi. Tutti e tre sono caratterizzati
dalla cuticola vischiosa e dal gambo giallo punteggiato da fini macchioline più
scure; granulatus si caratterizza per l’assenza d’anello ed il cappello uniformemente
colorato di bruno rossastro, collinitus per l’assenza d’anello, la base del gambo
rosata e il cappello radialmente screziato, di colore bruno più o meno scuro, mentre
luteus è caratterizzato da un cappello molto glutinoso, spesso color bruno cioccolata,
e dalla presenza d’anello.
Associati a Larix troviamo invece tre Suillus della sottosezione Larigni. Si tratta
di Suillus viscidus, Suillus tridentinus e Suillus grevillei. Viscidus è molto comune,
e forse è il più ‘brutto’ tra i Suillus: di un colore brunastro grigio, sia sul
cappello sia nel gambo e nei pori (che sono piuttosto grandi), è dotato di un anello
biancastro. La carne spesso è intrisa d’acqua, per cui questo boleto è forse il
più scadente tra quelli elencati in questa nota.
Presumibilmente solo in tempi recenti ha fatto la comparsa in ‘Pineta’ un boleto
tipicamente nordico: Suillus tridentinus, specie dell’Abate Bresadola, caratterizzato
anch’esso da un anello pure biancastro, ma con la carne, cappello, gambo e pori
di un bel colore aranciato-cannella; i pori sono anche qui piuttosto grandi. Questa
specie, descritta per la prima volta dal Trentino, è in realtà reperibile un po’
ovunque nelle laricete impiantate da un certo periodo di tempo. La sua carne è certamente
più soda di quella di Suillus viscidus.
Suillus grevillei presenta una cuticola con colorazione del cappello estremamente
variabile: dal giallo limone all’aranciato, con pori piccolissimi di color giallo
vivo. Il gambo ripete un po’ le colorazioni del cappello ed è dotato di un anello
giallastro. La sua carne è particolarmente soda.
Le caratteristiche di commestibilità di questi Suillus sono grosso modo simili:
debbono essere consumati solo gli esemplari freschi e la cuticola vischiosa, che
altrimenti è lassativa, deve essere asportata per ‘pelatura’. Pericolosi sono gli
esemplari ‘gelati’, che mantengono un aspetto ancora relativamente attraente, ma
che si riconoscono per la carne intrisa d’acqua, che acquisisce un sapore acidulo
all’assaggio. In queste condizioni sono probabilmente tossici ed a Suillus in cattivo
stato di conservazione sono presumibilmente da imputare taluni casi di ‘mal di pancia’
cui i ‘pinaroli’ hanno dato luogo.
Giampaolo Simonini
Edizione "Il Fungo" Periodico del Gruppo Micologico "R. Fanchi"
Anno XV Settembre 1997 n. 3 di Reggio Emilia


